Sogni non solo in sonno REM.

Il è rimasto per secoli un mistero, dal misticismo di che vi trovava un accesso per l’, alle speculazioni di , che si chiedeva se ci fosse una realtà più vera del , che vero appare al sognatore. Nel novecento la fisiologia del sonno ha fatto progressi caratterizzandolo con precisi parametri elettrofisiologici e comportamentali, distinguendolo in modo rigoroso dalla dal sonno, e descrivendone la profondità.

Sogno

Sappiamo infatti da semplici registrazioni elettroencefalografiche quanto sarà facile per il soggetto svegliarsi in un certo momento del sonno, che sarà tanto profondo quanto più difficile sarà il risveglio. Una scoperta rivoluzionaria, che ha colpito l’immaginario comune e la comunità scientifica, è stata quella del sonno . REM è l’acronimo per Rapid Eye Movements, movimenti oculari rapidi che nel 1953 Aserinsky e Kleitman osservarono in un particolare stato del sonno, caratterizzato paralisi dei muscoli del tronco e tracciato elettroencefalografico simile a quello della veglia, da qui il nome di sonno paradosso.


Subito fu pensato che in questa attività di sonno, simile alla veglia, avesse sede il fenomeno forse più affascinante del sonno, il sogno. I movimenti oculari facevano infatti pensare che il dormiente osservasse una scena e l’attività cerebrale simile alla veglia portava a credere che ci fosse attività mentale. Gli stessi ricercatori che scoprirono il REM pensarono di svegliare i soggetti durante questo stato di sonno, e negli altri momenti, chiedendo loro cosa stessero sognando: una proporzione altissima di persone riportò contenuti onirici solo se svegliata in fase REM, confermando l’ipotesi. E mentre gli psicanalisti speculavano sulla funzione del sogno di guardiano del sonno, adesso con riscontro elettrofisiologico nel REM, alcuni fisiologi trovarono nel gatto un’attività motoria simile al gioco in questo tipo di gioco, distruggendo la struttura cerebrale che provoca l’atonia muscolare caratteristica.

Negli anni cinquanta e sessanta quindi la comunità scientifica credeva di avere collocato il sogno, e di poter sapere, con semplici registrazioni elettroencefalografiche, quando una persona stesse sognando. Se chiediamo in giro, forse molti lo pensano ancora, ma non è così. Una semplice differenza nella domanda posta ai soggetti al risveglio ha mostrato sogni anche in momenti non di sonno REM.

Folkes chiese ai suoi soggetti cosa gli stesse passando nella mente al momento del risveglio, e questi riportarono attività mentali, come immagini, ma anche vissuti, pure in sonno non REM, contraddicendo tutte le precedenti credenze. Soltanto, in REM, i resoconti erano più vividi, perciò i soggetti negli studi precedenti etichettavano solo questi come sogni. Lo studio fu successivamente replicato, e pure la considerazione sui movimenti oculari fu messa in crisi, essendo troppo diversi da quelli tipici di un osservatore che scruta una scena visiva. Cipolli e Salzarulo hanno proposto che le differenze nella vita mentale fra REM e non REM possano essere dovute a un ricordo maggiore dovuto alla similitudine dell’attività cerebrale del REM con la veglia. In ogni modo, anche se l’attività onirica potrebbe essere diversa nel sonno REM, certamente non si può più affermare che il sogno sia un fenomeno localizzato e circoscritto nel sonno, ma ancora, ne è il misterioso inquilino.

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